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Cronaca

Traffico di essere umani, prostituzione e sfruttamento. Ecco le prime condanne

Tratta di essere umani, sfruttamento sessuale, spesso ai danni di minorenni, e caporalato. E’ uno scenario di degrado, violenza e miseria quello scoperchiato da alcune vittime che si sono ribellate e che e’ stato ricostruito dalla Squadra mobile di Ragusa che, nell’ambito dell’operazione “Boschetari”, a eseguito un decreto di fermo della Direzione distrettuale antimafia di Catania a carico di cinque romeni. Per tre di loro adesso le pene sono state definite con la condanna  per associazione a delinquere finalizzata al traffico di esseri umani in danno di connazionali alcuni dei quali minori, e di sfruttamento pluriaggravato della prostituzione, anche minorile.

Mentre il processo con rito ordinario e’ ancora in corso, i tre avevano scelto il rito abbreviato. La Cassazione ieri ha reso definitive le condanne per Lucian Milea 42enne dovra’ scontare 18 anni e 8 mesi di carcere; Alice Oprea, trentatreenne, 7 anni e 10 mesi; Monica Iordan anch’essa trentatreenne, 13 anni e 10 mesi. I ricorsi in Cassazione erano stati presentati dai difensori, gli avvocati Edoardo Cappello, Angelino Alessandro e Emilio Cintolo.

 La banda curava il reclutamento, il trasferimento in Italia e l’immissione nel settore del lavoro agricolo di numerosi connazionali, tutti scelti tra persone in stato di estremo bisogno (minori, anziani, talvolta legati da vincoli di parentela a qualcuno degli indagati), analfabeti tutte in condizione di peculiare vulnerabilità (‘boschetari’, cioe’ senzatetto, privi del necessario e quindi facilmente soggiogabili e disposte a tutto). Le vittime erano attirate con l’inganno e la falsa promessa di una occupazione lavorativa, di una sistemazione abitativa dignitosa e, poi, invece, private di tutti e ridotte a una dimensione di quasi schiavitu’. Oltre a non percepire nessuna somma di denaro per il lavoro prestato, erano sottratti loro i documenti di identita’; erano mantenuti in una condizione di totale isolamento, impedendo financo i contatti con i familiari. All’arrivo in Italia tutte le vittime erano costrette ad abitare in immobili privi di riscaldamento, a vestirsi con indumenti prelevati dai rifiuti, a cibarsi di alimenti scaduti o di pessima qualita’ ed in minime quantita’, condotte nei vari terreni e controllate al fine di mantenerne alta la produttivita’ e, quindi, i margini di guadagno; i tentativi di fuga e ribellione venivano puniti con violenza inaudita.

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