Gli insulti rivolti al sindaco di Ragusa, Peppe Cassì, sotto un post dedicato all’aggiornamento sui lavori della nuova scuola rappresentano soltanto l’ultimo episodio di un fenomeno sempre più diffuso: quello dell’aggressività verbale sui social network.
Il commento offensivo, pubblicato da un funzionario di un ente pubblico e non da un profilo anonimo, prendeva di mira il primo cittadino definendolo un “buffone”, per una vicenda che, peraltro, non aveva alcun collegamento con il contenuto del post. L’argomento era infatti lo stato di avanzamento del nuovo edificio scolastico, mentre la critica riguardava un cantiere ferroviario gestito da RFI e non dal Comune.
Sull’episodio il sindaco sta valutando la presentazione di una querela per diffamazione, ritenendo superato il confine del legittimo diritto di critica.
La vicenda, però, offre anche uno spunto di riflessione più ampio. I social network hanno certamente ampliato gli spazi di partecipazione e di confronto democratico, ma troppo spesso diventano luoghi in cui il dibattito lascia il posto all’insulto. Lo schermo crea una distanza che, in molti casi, sembra abbassare i freni inibitori: parole che difficilmente verrebbero pronunciate guardando negli occhi l’interlocutore finiscono per essere scritte con estrema facilità.
Criticare l’operato di un amministratore è un diritto, anche con toni severi. Diverso è trasformare il confronto in un’aggressione personale, alimentando un clima di ostilità che impoverisce il dibattito pubblico e rende sempre più difficile discutere nel merito dei problemi.
L’episodio di Ragusa ripropone una domanda che riguarda tutti, ben oltre il singolo caso: siamo ancora capaci di confrontarci con rispetto, oppure stiamo accettando come normale un linguaggio che, dietro la protezione di una tastiera, finisce troppo spesso per superare i limiti della civile convivenza?
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